Carlo Magno. Un Padre Dell'Europa by Alessandro Barbero
autore:Alessandro Barbero [Barbero, Alessandro]
La lingua: ita
Format: epub
Tags: Saggio, Storia, Biografia
ISBN: 9788842072126
editore: Laterza
pubblicato: 1999-12-31T23:00:00+00:00
3. CARLO MAGNO E LA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA
a) La lotta alla corruzione
Ben altri erano i problemi che realmente affliggevano la giustizia pubblica al tempo di Carlo Magno; e in particolare la scarsa affidabilità dei giudici. L’indice è puntato innanzi tutto contro i conti, troppo spesso privi di competenze giuridiche, impegnati in uno spregiudicato gioco di affermazione personale e familiare, e perciò assai sensibili alle aderenze e alla corruzione. Troppe lagnanze attestano che i conti, nell’amministrare la giustizia, si mostravano prepotenti con i deboli e remissivi con i forti; e che quando, dopo aver risolto le cause più importanti, si trovavano a dover rendere giustizia alla gente comune, erano capaci di chiudere il placito in anticipo e andarsene a caccia.
La mala giustizia, come si dice oggi, traspare anche da storie degne d’un romanzo nero, come quella del giudice che era stato nominato tutore d’una ricca vedova e amministratore dei suoi possedimenti. Il giudice aveva falsificato i titoli e s’era impadronito di quelle terre come se fossero cosa sua, cacciandone a forza la proprietaria; una querela all’imperatore aveva provocato l’invio d’un messo dominico, ma il giudice aveva presentato testimoni, trovati chissà come, che provavano il suo diritto, e la pratica era stata insabbiata. Allora la vedova partì personalmente per Aquisgrana, passando le Alpi nel cuore dell’inverno, giacché tutta la vicenda si svolgeva nel regno d’Italia; e l’imperatore nominò un nuovo commissario, suo cugino Wala, per riesaminare la causa. Ma prima che Wala si muovesse il giudice fece assassinare la vedova, e poi fece ammazzare a loro volta i sicari che avevano eseguito il delitto; all’arrivo di Wala, i soliti testimoni furono pronti a giurare che non era successo nulla. Occorse una lunga e faticosa inchiesta per ricostruire il crimine, e soprattutto per dimostrare la colpevolezza del giudice, protetto con tutti i mezzi da un gran numero di amici influenti, che occupavano importanti cariche nel palazzo del re d’Italia.
Si comprende perciò che gli ecclesiastici più influenti presso Carlo Magno, a cominciare da Alcuino, insistessero per una riforma della giustizia, e che quest’ultima sia diventata uno dei punti più qualificanti del programma imperiale. Si trattava innanzi tutto di sradicare la corruzione: a partire dall’Admonitio generalis del 789, innumerevoli capitolari ribadiscono il divieto per i giudici di accettare regali. Era un divieto tanto più difficile da imporre in quanto, in questa società ancora simile sotto certi aspetti alle società primitive studiate dagli antropologi, il dono rappresentava un modo abituale di porsi in relazione reciproca. Quando Teodulfo d’Orléans, in missione nel Mezzogiorno della Gallia, racconta che la gente è stupita del suo rifiuto di accettare regali, non dobbiamo dedurne semplicemente che tutti erano abituati alla corruzione, ma che esistevano abitudini radicate per cui i potenti, compresi i giudici, dovevano essere onorati in quel modo. C’è addirittura notizia d’una causa fra due abati, quelli di Saint Denis e di Saint-Benoît-sur-Loire, in cui quest’ultimo accusa il giudice di aver accettato i regali dell’avversario e non i suoi, sicché si potrebbe concluderne che per i giudici, agli occhi dei litiganti, prendere regali non era solo un diritto, ma addirittura un dovere.
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